rosato.
È un racconto di ciliegia, di vento adriatico e di un territorio che sa come stupire · Vini · 30 Marzo
2026
Ci sono vini che vengono liquidati troppo in fretta.
Vini che al primo sguardo sembrano semplici, estivi, da bere senza pensarci troppo. E invece,
a chi si ferma un momento, a chi alza il calice e lo guarda contro la luce e si chiede da dove
viene, rivelano qualcosa di completamente diverso. Qualcosa che ha radici profonde, una
storia lunga, un territorio che ha impiegato secoli a trovare la sua voce.
Il Cerasuolo d’Abruzzo DOC è esattamente questo tipo di vino. E se non lo conoscete ancora,
o se lo avete sempre considerato “il rosato estivo abruzzese”, questo è il momento di cambiare
idea.
Il nome che è già un ritratto
Cerasa significa ciliegia, in dialetto abruzzese. Non è un nome commerciale, non è
un’invenzione del marketing. È il nome che i contadini davano a questo colore da sempre: quel
rosato intenso, quasi rubino, che nel calice brilla come una ciliegia matura tenuta in controluce.
È un dettaglio che dice tutto. Perché il Cerasuolo non è un rosato pallido. Ha colore, ha
presenza, ha carattere. Lo si vede prima ancora di annusarlo.
Il vitigno: Montepulciano d’Abruzzo
Il Cerasuolo nasce interamente da uve Montepulciano d’Abruzzo — vitigno a bacca rossa,
tardivo, generoso, con una pigmentazione delle bucce tra le più intense che esistano in Italia.
Una precisazione che vale la pena fare: non ha nulla a che fare con il Vino Nobile di
Montepulciano, che viene dalla Toscana ed è fatto con il Sangiovese. Il nome uguale è una
beffa della storia — i vitigni, i territori e i caratteri sono completamente diversi.

■ Il Montepulciano d’Abruzzo nel mondo
Il Montepulciano è uno dei vitigni italiani più coltivati in assoluto, presente principalmente nelle
province di Chieti, Pescara, Teramo e L’Aquila. Negli ultimi decenni ha attraversato l’Oceano: piccoli
produttori in California, Argentina e Australia lo stanno sperimentando con risultati interessanti.
Nessuno, però, è riuscito a replicare quella mineralità adriatica che rende il Cerasuolo d’Abruzzo
inconfondibile. Certi vini appartengono alla loro terra come certi dialetti appartengono alle loro città.
Come nasce il Cerasuolo: la magia del contatto breveLe uve vengono diraspate e pigiate come per un rosso. Poi il mosto rimane a contatto con le
bucce per un tempo brevissimo: generalmente tra le 12 e le 36 ore, a temperatura controllata.
In quelle ore, le bucce cedono al mosto il loro colore — quel rosa ciliegia intenso — e una parte
degli aromi varietali: melagrana, fragola, rosa. Ma i tannini, che richiedono tempi molto più
lunghi per essere estratti, rimangono quasi del tutto nelle bucce. Il risultato è un vino che ha il
colore e il profumo di un rosso giovane e la freschezza di un bianco strutturato.
■ La macerazione a freddo: come funziona davvero
I migliori produttori di Cerasuolo raffreddano il mosto prima della macerazione, portandolo a
temperature tra gli 8 e i 12 gradi. Il freddo rallenta l’estrazione, rende il contatto più selettivo: escono
gli aromi fruttati e floreali, ma i tannini astringenti restano bloccati nelle bucce. È una tecnica che
richiede precisione e controllo costante. Un errore di poche ore di macerazione può trasformare un
Cerasuolo elegante in qualcosa di duro e poco piacevole. La finezza del vino si gioca esattamente in
questa finestra.
Nel calice: cosa si vede, si annusa e si sente
Versate un Cerasuolo d’Abruzzo in un calice abbastanza ampio e guardate il colore contro una
fonte di luce. È di un rosa ciliegia luminoso, intenso, con riflessi quasi rubino. Non ha nulla in
comune con i rosati provenzali, quasi trasparenti. Questo vino non si scusa della sua intensità.
Al naso apre con melagrana e fragola di campo — non fragola da dessert, ma quella piccola e
profumata che si trova ai bordi dei sentieri a primavera. Poi arrivano i fiori: rosa selvatica e
violetta. Più in profondità c’è una mineralità di pietra bagnata, di argilla, che racconta le colline
dell’entroterra abruzzese.
In bocca è fresco, sapido, di bella acidità — quella che fa venire voglia di un altro sorso. La
persistenza aromatica sorprende: dura più a lungo di quanto ci si aspetterebbe, e nelle versioni
migliori c’è un finale leggermente speziato, quasi minerale.

Come servirlo e gli abbinamenti perfetti
Il Cerasuolo d’Abruzzo vuole essere servito tra i 10 e i 14°C. Un quarto d’ora in frigorifero prima
di aprirlo è quasi sempre la soluzione giusta.
• Antipasti di salumi abruzzesi — ventricina, salame aquilano, salsiccia secca
• Pizza di Pasqua al formaggio — l’abbinamento pasquale più naturale che esista
• Agnello in tutte le versioni — scottadito, al forno, a cacio e uova
• Chitarrina al ragù bianco — la pasta fresca abruzzese per eccellenza
• Carciofi alla romana — tra gli abbinamenti più eleganti della cucina laziale
• Pesce di mare strutturato — branzino al forno, triglie, polpo alla luciana■ L’abbinamento segreto: fave fresche e Cerasuolo
In Abruzzo c’è una tradizione di aperitivo primaverile che pochi conoscono fuori dalla regione: fave
fresche appena sgusciate, una fetta di pecorino semi-stagionato locale, e un bicchiere di Cerasuolo
fresco. Niente di più. La dolcezza erbacea delle fave, la grassezza del pecorino e la freschezza sapida
del vino creano qualcosa che fa capire perché certe cucine regionali siano irripetibili. Provatelo.
I produttori da conoscere
L’Abruzzo ha cantine che fanno del Cerasuolo uno dei vini più discussi tra gli appassionati
italiani. Al vertice assoluto c’è Edoardo Valentini — il grande maestro di Loreto Aprutino,
scomparso nel 2006, la cui versione di Cerasuolo è considerata da molti critici uno dei rosati
più grandi d’Italia di sempre. Capace di invecchiare magnificamente per un decennio. La
cantina è oggi condotta dal figlio Francesco Paolo con la stessa intransigenza qualitativa.
Tra le altre etichette da cercare: Torre dei Beati con il suo Cerasuolo Bellovedere, Masciarelli,
Cataldi Madonna, Illuminati e Montori.
■ 2010: finalmente una DOC tutta sua
Per decenni il Cerasuolo d’Abruzzo era semplicemente una “tipologia rosato” del Montepulciano
d’Abruzzo DOC. Una nota a margine. Nel 2010 è arrivato il riconoscimento come denominazione
autonoma — un atto di giustizia che ha finalmente dato a questo vino la dignità di stare in piedi da
solo. Ci ha messo decenni, ma era inevitabile. Certi vini hanno troppa personalità per restare in
secondo piano.
Non è un vino che fa rumore. Non cerca di stupire con la potenza. Conquista con la costanza,
con quella capacità di essere sempre al posto giusto, sempre in equilibrio, sempre piacevole
senza mai essere banale. Come certi compagni di tavola, quelli che non riesci a smettere di
invitare.
Aprite una bottiglia oggi. Capisce subito di cosa parliamo.
← Abbiamo abbinato questo vino al pranzo della Domenica delle Palme — leggi l’articolo sui piatti e le
tradizioni
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